Vita vera

La morte dei miti degli anni ’90: perché fa male anche se non li conoscevamo

La prima volta che ho sentito che uno dei miei miti adolescenziali non c’era più, ho avuto una reazione sproporzionata.

Non lo conoscevo, non ci avevo mai parlato… Eppure mi sono sentita strana, come se qualcuno mi avesse mollata con un sms nel cuore della notte.

Per me, il primo vero mito è stato Dylan McKay non era solo un personaggio di Beverly Hills, 90210.
Era il metro di paragone con cui giudicavo i ragazzi veri.
(Spoiler: nessuno era all’altezza.)

E Brenda Walsh?
Regina del dramma.
Litigava, soffriva, amava male, ma sempre con un’intensità che noi guardavamo pensando: “Ecco, così si ama.”

Eravamo teatrali, esagerate. Convintissime che ogni storia fosse LA STORIA.

Poi è arrivato Dawson’s Creek.
E noi lì, per interi pomeriggi incollati alla TV a guardare Dawson Leery parlare come se avesse scritto lui stesso la sceneggiatura della sua vita, convinti che anche noi avremmo avuto monologhi profondissimi sul molo al tramonto.

La verità? Oggi, se qualcuno fa un monologo di tre minuti, chiediamo il riassunto.

Quando muore uno di quei volti, non stai piangendo l’attore.
Stai piangendo la tua cameretta.
Il lettore CD.
Le compilation fatte male.
La convinzione che il primo amore sarebbe stato eterno.

Stai salutando una versione di te convinta di avere tempo infinito ( e sì, detta adesso suona anche un po’ ingenua.)


I miti dell’adolescenza non erano persone. Erano cornici: dentro c’eravamo noi con le insicurezze enormi, le emozioni sproporzionate e le amicizie che sembravano patti di sangue.

Quando uno di quei simboli cade, non è nostalgia.
È una specie di piccolo shock temporale.

Nella nostra testa loro erano immortali… perché abitavano in un tempo in cui anche noi lo eravamo.

Avevamo quindici anni.
La pelle elastica.
Le certezze rigide.
Il cuore pronto a esplodere per qualcuno che, probabilmente, oggi non saluteremmo neanche al supermercato.

Quando uno di quei simboli cade, non stiamo in lutto per una celebrità.

Stiamo realizzando che:

  • la nostra adolescenza non è congelata da qualche parte
  • i poster non tengono in vita niente
  • e il tempo, con molta discrezione, ha continuato a fare il suo lavoro

Fa male perché era il periodo in cui tutto sembrava enorme.
L’amore.
Le delusioni.
Le canzoni.
Perfino i silenzi.

Oggi siamo più lucidi, più razionali. Ma molto meno epici.

La morte di questi personaggi ci ricorda che non siamo più invincibili.
Che non siamo più quelli seduti sul letto a immaginare una vita gigantesca.

E non è una tragedia. È solo… reale.

Forse è questo che ci colpisce davvero… Non la loro fine, ma il fatto che ci accorgiamo di essere andati avanti!

Eppure, ogni tanto, quando rivedo una scena di quegli anni, una cosa succede ancora.

Per qualche secondo mi ricordo chi ero.
Cosa sognavo.
Quanto ero intensa.

E non mi dispiace.

Perché i nostri miti non sono mai stati immortali, erano solo il riflesso di una fase della nostra vita in cui noi credevamo di esserlo (o almeno, cosi ci sembrava).

E io, te lo dico ridendo (ma stavolta con il cuore un po più triste)🖤

Commenti disabilitati su La morte dei miti degli anni ’90: perché fa male anche se non li conoscevamo