Vita vera

Ci hanno insegnato a riempire la vita: cosa abbiamo dimenticato crescendo

Da piccola potevo passare ore a guardare le nuvole.
E non parlo di “ore” in senso poetico: ore vere.

Restavo lì, ferma, sdraiata sull’erba del giardino di casa a decidere che quella era chiaramente una balena, quell’altra una faccia arrabbiata e che sì, quella, forse, poteva essere la faccia di Topolino.
Nessun obiettivo, nessuna produttività e nessuno che mi chiedesse: “ok, ma questo gioco a cosa serve?”

Stavo facendo una cosa molto seria: non stavo facendo nulla.
E mi stavo divertendo un sacco.


Da bambini giocavamo con niente, parlavamo con nessuno e inventavamo mondi interi partendo da un tappeto e una matita morsicata (mai capito perché le mie finissero sempre così).
A dirla tutta, oggi non ci riuscirei nemmeno per cinque minuti e questa cosa, non so bene perché, mi fa un po’ ridere e un po’ no.

Eppure allora era facilissimo stare da soli, senza sentirsi soli…

Il vuoto non faceva paura.

Da adulti, invece, se abbiamo mezz’ ora libera, scatta il panico.
La sensazione che stiamo dimenticando qualcosa, sprecando tempo prezioso che dovremmo usare per fare, vedere, rispondere, organizzare, possibilmente tutto insieme.

Prima il vuoto era un parco giochi, ora è diventato una stanza chiusa a chiave con sopra scritto “non entrare”.


C’è quasi sempre un momento preciso in cui ognuno di noi decide che stare lì, senza fare nulla di “utile”, non va più bene.
Non ricordo l’anno, ma ricordo benissimo la sensazione: quella vocina dentro che urla “muoviti, produci, ottimizza”.

E così abbiamo smesso di inventare storie e abbiamo iniziato a riempire agende.
Abbiamo sostituito l’immaginazione con le notifiche e le nuvole con gli schermi.

Che, attenzione, sono molto più efficienti, ma decisamente meno magici (e soprattutto non assomigliano mai a Topolino).


La cosa buffa è che la versione più creativa, curiosa e viva di noi non faceva niente di speciale.
Stava ferma, osservava e magari si annoiava anche un po’…
Poi, senza avvisare nessuno, iniziava a divertirsi.

Oggi invece, se resti fermo a guardare il niente, ti senti subito in difetto.

Come se qualcuno potesse arrivare da un momento all’altro a chiedere: “Scusi, lei perché non sta facendo nulla?”


Forse il problema non è che la vita oggi sia troppo piena, è che abbiamo dimenticato che il divertimento, quello vero, nasce spesso da uno spazio lasciato libero, da un pomeriggio senza programmi.

Da una nuvola che poteva essere qualsiasi cosa.

Non sto dicendo di tornare bambini, anche perché ora abbiamo bollette, scadenze e mal di schiena da gestire, magari solo di ricordarci che lo siamo stati. 

E che, senza saperlo, avevamo già capito tutto.

Quindi sì, ogni tanto prendiamoci un po’ di tempo vuoto.

Alziamo gli occhi al cielo e vediamo se riusciamo, ancora, a scorgere la balena.

E io, te lo dico ridendo.

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